Comunicazione ai sensi dir. 2009/136/CE: Questo sito utilizza cookie, anche di terze parti, per personalizzare i contenuti. Per informazioni leggi la nostra Cookie Policy.
Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando su qualunque suo elemento acconsenti all'uso dei cookie.Per revocare il consenso è sufficiente cancellare i cookies di dominio dal browser.

Domenica, 24 Settembre 2017

 

A.D. VIII KAL. OCT.
ante diem octavum Kalendas Octobres

Natalis Augusti
Templum Apollinis in Campo Martio

 

A.U.C. MMDCCLXX
(anno 2770 Ab Urbe Condita)

La prostituzione sacra

 

Il sesso usato come rituale religioso nelle religioni antiche era assai diffuso tanto da portare alla formazione della pratica della prostituzione sacra e della figura della prostituta sacra, occasionalmente o stabilmente residente nel tempio al servizio della divinità e dei suoi fedeli. Originaria probabilmente delle zone orientali questa pratica si diffuse tra molti popoli antichi e la sua presenza è attestata da fonti scritte e archeologiche in una zona compresa tra l’India e l’area mediterranea. Sumeri, Armeni, Babilonesi, Ciprioti, Fenici, Lidi, Egizi, Greci ed Etruschi avevano rituali che comprendevano l’utilizzo di prostitute sacre, la cui condizione sociale poteva essere di schiave o donne libere. Le divinità che richiedevano la pratica della prostituzione sacra erano spesso, ma non solo, femminili e tra le principali ricordate dalle fonti compaiono Inanna, Isthar, Anhait, Astarte e Afrodite, dee assimilabili tra loro, conosciute tra i diversi popoli con questi nomi, e riconducibili ad una stessa funzione sacra, cioè quella di liberare le forze del sesso e del potere fecondante. Ed è proprio questa la funzione principale delle prostitute sacre, convogliare e sacralizzare queste potenti forze che caratterizzano la vita dell’uomo. Una testimonianza di Erodoto (I, 199) sui Babilonesi può aiutare a capire la considerazione che gli antichi avevano di queste pratiche religiosi incentrate sul sesso:

 

“É obbligo che ogni donna del paese, una volta durante la vita, postasi nel recinto sacro ad Afrodite, si unisca con uno straniero. Molte che disegnano di andare mescolate alle altre, in quanto orgogliose della loro ricchezza, si fanno condurre al tempio da una pariglia su un carro coperto, e la se ne stanno, avendo dietro di sé numerosa servitù. Per lo più il rito si svolge così: se ne stanno le donne sedute nel sacro recinto di Afrodite con una corona di corda intorno al capo: sono in gran numero, perché mentre alcune sopraggiungono altre se ne vanno. Tra le donne si aprono dei passaggi, delimitati da corde e rivolti in tutte le direzioni, per i quali si aggirano i forestieri e fanno la loro scelta. Quando una donna si asside in quel posto, non torna più a casa se prima qualche straniero, dopo averle gettato del denaro sulle ginocchia, non si sia a lei congiunto all’interno del tempio. Nell’atto di gettare il denaro, egli deve pronunciare questa frase: «Invoco per te la dea Militta». Militta è il nome che gli Assiri danno ad Afrodite. La quantità di denaro è quella che è. Non c’è da temere, infatti, che la donna lo rifiuti: non le è permesso, perché quel denaro diventa sacro. Essa segue il primo che glielo getta e non rifiuta nessuno. Dopo essersi data a quello, fatto un sacrificio espiatorio alla dea, se ne torna a casa, e da quel momento non potrai offrire mai tanto da poterla avere. Le donne che sono dotate di un bel viso e d’una figura slanciata se ne tornano presto. Quelle, invece, che sono brutte rimangono lungo tempo senza poter soddisfare la prescrizione di legge; alcune infatti, aspettano anche tre o quattro anni. Una consuetudine simile a questa si trova anche in alcuni luoghi dell’isola di Cipro.”

 

Le donne che “prestavano servizio” nei templi di queste divinità avevano, nella maggior parte dei casi, una buona considerazione, vista la loro funzione sacra. Da fonti antiche sappiamo che contrarre matrimonio con una di queste donne era considerato fattore di prestigio, soprattutto perché molte di loro durante il loro servizio si arricchivano notevolmente. Così come assai ricchi erano i santuari che ospitavano la prostituzione sacra e che erano frequentatissimi perché spesso situati in posizione strategica sulle rotte commerciali caratterizzate dalla presenza di marinai e commercianti. E proprio per queste enormi ricchezze che contenevano spesso questi templi erano anche oggetto di attacchi e razzie da parte di popoli nemici.

Come precedentemente accennato diverse erano le principali divinità tutelari della prostituzione sacra, spesso simili nella loro valenza sacra, ma indicata da nomi diversi a seconda dei popoli antichi. Per citare le più importanti si parte da Inanna/Isthar diffusa tra i Sumeri, conosciuta come figlia e serva del dio An, suprema divinità, poi indicata con il nome di Isthar dopo la conquista degli Accadi. Questa divinità era conosciuta come ierodula, cioè prostituta, in tutto l’Oriente e a lei erano dedicate prostitute per lo svolgimento dei rituali sessuali sacri. Altro nume tutelare è Anahit, di probabile origine mesopotamica, diffusa in tutta l’Asia Minore, e poi identificata dai Romani con Cibele, ai quali erano dedicati dei culti orgiastici. Presso i Fenici era invece onorata Astarte, identificata come Afrodite, e che era considerata dea dei naviganti perché identificata anche con la Stella che guida le rotte delle navi.

Rilievo in terracotta con rappresentazione della dea Ishtar (XIX-XVIII secolo a.C.) British Museum, Londra

Molte sono le testimonianze dei luoghi in cui si praticava la prostituzione sacra. In Mesopotamia conosciamo un santuario di Isthar dove si trovavano addirittura tre diverse categorie di prostitute, le vergini destinate soltanto alle divinità, le prostitute destinate al servizio dei fedeli e le prostitute “profane” che frequentavano il santuario solamente in occasione di alcune ricorrenze religiose particolari. Per Babilonia è testimone il passo sopra riportato di Erodoto dove le donne almeno una volta nella vita dovevano prostituirsi ritualmente per denaro offerto da stranieri. Si conosce inoltre la pratica di uno hieros gamos (matrimonio sacro) nel santuario di Baal, principale divinità, durante la quale una donna prescelta si univa al dio in una stanza posta alla sommità del santuario. Presso gli Armeni era uso invece una prostituzione prenuziale, dove si consacrava la verginità delle figlie di nobili famiglie alla divinità Anaitis facendole prostituire nel tempio prima di farle sposare. Anche in Egitto sono attestate queste pratiche religiose, infatti secondo Strabone nel santuario di Zeus a Tebe si offriva come concubina la più nobile e bella fanciulla della città, la quale doveva unirsi a chiunque lo richiedesse. Tra i Fenici e i Cartaginesi molto diffusa era la prostituzione sacra tanto che ancora nel III e IV secolo d.C. S. Agostino e Eusebio di Cesarea, condannandola, la ricordano come praticata in alcuni santuari. Secondo la tradizione sarebbe stata Didone ad introdurre tra il suo popolo la prostituzione sacra che aveva come luogo principale il tempio di Afrodite a Sicca Veneria (vicino Cartagine) ricordato da Valerio Massimo. Nell’ambito greco invece numerosi santuari erano caratterizzati dalle prostitute sacre e soprattutto a Corinto, centro molto importate di vie commerciali, dove sorgeva il santuario di Afrodite Pornè, frequentatissimo e di conseguenza ricchissimo. Secondo la testimonianza di Strabone qui vi erano più di mille ierodule (prostitute sacre), che, secondo la tradizione, con le loro preghiere avrebbero scongiurato l’invasione persiana. Queste prostitute godevano di tale considerazione che avevano dei posti riservati nel teatro, ed una di queste, di nome Laide, arrivata in Greca dalla Sicilia, posò come modella per il pittore Apelle. Altri santuari sono attestati a Cipro in Lidia e nella Ionia, dove la città di Abido, secondo la leggenda, sarebbe stata addirittura governata dalle etere (prostitute).

A questo punto una ulteriore precisazione deve essere fatta in merito alle forme tipiche di prostituzione sacra, visto che diverse erano le caratteristiche e le funzioni delle prostitute. Si parla di Ierogamia, cioè di matrimonio o unione sacra, in occasione di un’unione rituale o mitica tra un dio e una dea o tra un dio e un umano. In Grecia questa pratica identificò l’unione tra un sovrano e la sacerdotessa di una divinità, quindi unione ideale sovrano-dea per la propiziazione della fertilità. Possiamo poi indicare la Ierodulìa (servitù sacra) come un servizio sessuale effettuato da serve sacre consacrate alla divinità. Le ierodule, quindi, oltre a prostituirsi nel tempio o nel santuario dovevano effettuare e accompagnare riti con musica e con danze. C’è infine la prostituzione apotropaica che ha caratteristica essenzialmente di scongiuro e veniva praticata in precedenza delle nozze di una giovane donna. Questa infatti consacrava la sua verginità alla dea congiungendosi nel tempio con un estraneo allo scopo di scacciare i pericoli nascosti nella vita matrimoniale.

Uomini con prostitute raffigurati su vaso (hydria) attico a figure rosse di V secolo a.C.

Anche nell’Italia antica la presenza delle prostitute sacre caratterizzava la vita di alcuni santuari, che spesso erano collegati alla fondazione di empori commerciali greci e fenici in cui i commercianti potevano ritrovare le proprie divinità tutelari. Così troviamo anche sulle nostre coste la presenza della greca Afrodite, nella Magna Grecia, e della fenicia Astarte, in Sardegna e in Sicilia, i culti delle quali si ritrovano anche tra gli Etruschi e tra le altre popolazioni italiche. Le caratteristiche tipiche dei santuari con prostituzione sacra rimangono le stesse conosciute per le precedenti zone e popolazioni, tra queste spicca su tutte quella della ricchezza, tanto che l’etrusca Pyrgi venne saccheggiata nel 384 a.C. da Dioniso I di Siracusa per la ricchezza del suo santuario, ed Erice fu razziata per lo stesso motivo da Amilcare. La ricchezza doveva essere tale che in alcune occasioni furono usate le risorse di questi santuari per riassestare città e territori dopo le devastazioni di nemici, come avvenne dopo il passaggio di Pirro a Locri e di Annibale a Rapino.

Uno dei santuari più celebri si trovava a Locri Epizefiri in Calabria. La città fondata tra VII e VII secolo a.C. da coloni locresi ospitava il tempio di Afrodite in prossimità del porto. Scavi qui effettuati hanno portato alla scoperta di una stoà (portico) a forma di U chiamata di Centocamere per la presenza di numerose stanzette e che è stata identificata come un lupanare. Vicino a questa struttura è stata ritrovata l’area del tempio di V secolo a.C. che andò a sostituire una struttura templare più antica di VII-VI secolo a.C. Alcune ricostruzioni fatte da studiosi indicano questo tempio di Afrodite come sede originaria del famoso Trono Ludovisi (datato al V secolo a.C.) scoperto a Roma nel 1887 nei terreni della Villa Ludovisi. La vicenda di questo capolavoro si può ricostruire in questo modo: nel 181 a.C. il console Lucio Porcio Licinio aveva costruito nei pressi della Porta Collina un tempio dedicato a Venere all’interno del quale fu conservato il “Trono Ludovisi” dopo essere stato preso dal tempio di Locri Epizefiri (o secondo altri dal tempio di Venere ad Erice). La sua funzione è ancora discussa, alcuni vogliono identificarlo come la decorazione del trono sul quale sedeva la statua della dea, altri come l’ornamento di un altare, o ancora come una sorta di parafuoco per proteggere chi svolgeva il sacrificio dalle fiamme. Originariamente, secondo una ulteriore l’ipotesi proposta da alcuni studiosi, questo elemento scultoreo doveva essere incastonato al centro del pavimento del tempio della dea a Locri, dove è stato trovato un taglio quadrato le cui misure sembrano corrispondere a quelle del trono. La particolarità di questo manufatto è dovuta alla presenza di tre rilievi scultorei, quello centrale, più grande, che raffigura tre figure femminili, due laterali che aiutano una terza donna ad uscire dalla terra o dal mare. Nei due pannelli laterali compaiono invece due figure femminili, sulla destra una donna seduta, velata, che sta svolgendo un sacrificio, mentre un’altra donna sul pannello sinistro, è nuda, seduta e sta suonando gli auloi. Questi rilievi presenti sul trono sono stati interpretati come tipici del culto di Venere-Afrodite: nel pannello centrale infatti si è soliti vedere la nascita della dea, mentre nei pannelli laterali si riconosce una sacerdotessa che sta bruciando incenso (elemento caratteristico dei sacrifici a questa divinità) e una prostituta (la figura nuda) che suona gli strumenti a fiato. La funzione originaria del trono quindi potrebbe essere stata quella di pannello scenografico, al centro del tempio, dietro al quale una sacerdotessa, in particolari occasioni, rappresentava ritualmente la nascita della dea, accompagnata dal suono degli auloi delle prostitute sacre e con sacrifici d’incenso. La presenza della prostituzione sacra a Locri è inoltre testimoniata dal ritrovamento di numerose statuette ex-voto rappresentanti donne nude e dalle “Tabelle Locresi”, su alcune delle quali compare l’espressione che indica il prezzo delle prostitute. Notizie di altri santuari con prostitute sacre le abbiamo poi nell’antica Cossyra (Pantelleria) dove sorgeva il tempio di Astarte e poi ad Erice dove la tradizione indicava in Enea il fondatore della città e del tempio di Venere, sua divina madre. Qui per secoli venne praticata la prostituzione sacra in quello che gli scrittori antichi indicavano come il tempio più bello di tutta la Sicilia. Il sontuoso santuario di Venere Ericina si trovava sul Monte Erice, ma oggi ne rimangono poche tracce consistenti nella piattaforma di base, in parte del recinto sacro e nel “Pozzo di Venere”, una fossa votiva. Ancora altri templi e santuari erano presenti in Sardegna a Cagliari, Tharros e Cuccureddus dove vicino al tempio sono state trovate delle stanzette che lasciano ipotizzare la presenza delle ierodule.

I rilievi del Trono Ludovisi, V secolo a.C. Museo Nazionale Romano di Palazzo Altemps, Roma.

Nell’ambito dei popoli italici alcuni santuari con prostituzione sacra li troviamo nel territorio abruzzese e nella popolazione dei Peligni dove grazie ad una iscrizione di II-I secolo a.C. trovata su una tomba nel 1877 sappiamo della presenza di una “incaricata delle prostitute” (pristafalacirix in lingua peligna) quindi avente una carica religiosa che può essere connessa con la pratica della prostituzione sacra nella città di Corfinio. Presso il popolo dei Marrucini invece una testimonianza della presenza di prostitute sacre può leggersi nella Tabula Rapinensis, relativa alla città di Rapino, scoperta nel 1841 e databile al III secolo a.C. In questo testo secondo alcune interpretazioni sarebbe riportata una lex rogata che istituiva e regolamentava la prostituzione sacra.

Anche in Etruria, aperta alle influenze greche ed orientali, troviamo santuari emporici spesso caratterizzati dalla prostituzione sacra. A Gravisca, che fu porto di Tarquinia già dal VI secolo a.C., originato come emporio greco, si sviluppò il culto di Afrodite, conosciuta presso gli Etruschi con il nome di Turan. Qui erano presenti anche altri templi tra cui quello di Era e Demetra (in etrusco Uni e Vei) ed un importante culto di Adone. Dagli scavi dell’area di Gravisca provengono alcuni elementi come tavolette con raffigurazioni di donne nude e iscrizioni con epiteti riconducibili alle ierodule, che consentono di indicare la presenza di prostitute sacre. A Pyrgi, attuale Santa Severa, porto di Caere (Cerveteri), la ricchezza del santuario emporico era tale che portò Dioniso I di Siracusa a depredarlo nel 384 a.C. Qui nel V secolo a.C. venne ampliata l’originaria area sacra con la costruzione di un nuovo tempio, dedicato, secondo quanto indicato da Strabone, ad Ilizia-Leucotea (identificabili con Era-Mater Matuta) accanto al tempio più antico (di VI secolo a.C.) consacrato ad Uni-Astarte. Scavi in un sacello posto tra le due strutture templari hanno portato al ritrovamento nel 1964 delle famose lamine di Pyrgi, in oro, sulle quali compare un testo bilingue in fenicio ed etrusco. La prima lamina, scritta in fenicio, riporta una dedica ad Astarte, mentre sulle altre, in etrusco, viene riportata la fondazione di un culto e lo svolgimento di un rituale. Da autori antichi abbiamo inoltre notizia sulle scorte Pyrgiensia (prostitute di Pyrgi) e una prova archeologica di questa indicazione può essere vista nella presenza nell’area sacra di edificio con circa 20 camere con altari per i sacrifici nell’area antistante, molto simile alla stoà di Centocamere trovata a Locri Epizefiri, che poteva essere usato dalle ierodule per accogliere i fedeli.

Anche nel Lazio e a Roma abbiamo testimonianze di questa pratica religiosa. Da alcuni autori antichi sappiamo infatti che nella città di Curi, tra i Sabini, si consacrava al dio Quirino la più bella e nobile delle fanciulle della città che diventava danzatrice e prostituta del dio. É probabile che queste pratiche religiose venissero assorbite dai popoli indigeni attraverso l’influenza etrusca e greca. In ambito romano abbiamo alcune testimonianze che sembrano provare la presenza della prostituzione sacra a Roma. Attraverso l’analisi di alcune festività del calendario romano si è visto come precisi elementi cultuali possano identificarsi come riflesso di una antica pratica della prostituzione sacra. É il caso ad esempio della festa delle Nonae Caprotine che si celebrava il 7 luglio. Il nome di Nonae Caprotinae deriva dal fatto che le donne in quel giorno eseguissero un sacrificio a Iuno Caprotina sotto un caprifico. Il Racconto leggendario all’origine della festa narrava che dopo la ritirata dei Galli, che avevano invaso la città, Roma non si era ancora ripresa e rimaneva indifesa contro l’aggressione dei popoli vicini. Questi minacciavano guerra se i Romani non avessero consegnato tutte le loro donne. In questa situazione di pericolo una schiava, ricordata con il nome di Filotide o Tutula, escogitò un piano per salvare la città, e propose che con altre schiave la lasciassero andare dal nemico vestite come donne libere. Una volta nel campo nemico avrebbero fatto festeggiare i guerrieri fino a stordirli e solo a quel punto avrebbero lanciato un segnale ai soldati romani che sarebbero dovuti intervenire per distruggere i nemici. Il piano riuscì in pieno e le schiave furono liberate e ricompensate con una dote che permise loro di sposarsi, e inoltre da quel momento Roma istituì questa festa dedicata alle schiave chiamata anche ancillarum feriae (festa delle serve). Infatti in quel particolare giorno le schiave potevano vestirsi come donne libere e, insieme alle loro padrone, facevano un sacrificio alla dea sotto un albero di caprifico, albero sul quale, secondo la leggenda, Filotide si sarebbe arrampicata per dare il segnale ai soldati romani. Alcuni hanno voluto vedere in questa festività romana elementi caratteristici della prostituzione prenuziale nella quale la prostituzione appunto, oltre alla vittoria di Roma, portò queste serve al raggiungimento di una dote ed al successivo matrimonio. Ulteriori tracce di ierodulìa nella tradizione romana emergono inoltre dai racconti mitici che narrano di incontri sessuali tra donne e membri virili apparsi dal nulla, come nel caso della nascita del re Servio Tullio, frutto dell’unione della madre Ocrisia, schiava del re Tarquinio Prisco, con un fallo comparso tra le ceneri del focolare. Altre prove sono state viste poi nella festa di Anna Perenna che si svolgeva sulle rive del Tevere ed era caratterizzata da rituali orgiastici, nei Floralia in cui le prostitute si spogliavano ritualmente su richiesta dei partecipanti ed eseguivano sfrenate danze, e ancora nei Vinalia dedicati a Venere e svolti nel tempio di Porta Collina nel quale si portavano doni a Venere Ericina, e dove le donne, non quelle sposate o libere, venivano scelte dagli uomini. Durante la festa della Bona Dea si svolgevano invece vere e proprie orge rituali, che rappresentavano dei matrimoni sacri nei quali si prostituivano donne di nobili natali ed erano tenute in grande considerazione. 

Affresco con scena erotica dalla Casa dei Vettii di Pompei, I secolo d.C.

Ma una tradizione più delle altre sembra ricollegarsi all’antico costume della prostituzione sacra a Roma e si tratta del racconto leggendario di Acca Larentia. Nella tradizione letteraria questa figura mitica non ha un’unica storia ma due diverse versioni che possiamo leggere nelle parole di Plutarco (Plut. Rom. 4):

 

“Secondo altri fu un equivoco sul nome della nutrice [di Romolo e Remo] ad avviare il racconto verso la favola, e precisamente il fatto che i Latini chiamavano lupa tanto le femmine dei lupi, quanto le donne prodighe delle loro grazie, quale la moglie di Faustolo, che allattò i due gemelli. Il vero nome di costei era Acca Larenzia, e i Romani fanno dei sacrifici in suo onore; ad aprile il sacerdote di Ares versa per lei delle libagioni durante una festa chiamata Larenzia.”

 

L’altra versione (Rom. 5), più articolata, parla di:

 

“Un’altra Larenzia si onora a Roma, per il seguente motivo. Pare che un giorno il sacrestano del tempio di Eracle, non sapendo cosa fare per passare il tempo, proponesse al dio una partita a dadi col patto che, se vinceva, gli avrebbe fatto una grossa grazia, se perdeva, egli gli avrebbe procurato un lauto pranzo e una bella donna con cui passare la notte. Con questa posta gettò i dadi, prima per Eracle e poi per sé. Beh, rimase battuto; ma aveva dato la parola e ritenne doveroso attenersi ai patti. Apparecchiò un pranzo per il dio e assoldò Larenzia, che, sebbene non fosse ancora famosa, era pure un fior di donna, la fece cenare nel tempio e dopo mangiato ve la rinchiuse, non senza aver apprestato il giaciglio, come se Eracle dovesse venire a goderla. Dice la storia che il dio venne davvero, abbracciò la donna e alla fine le comandò di recarsi la mattina per tempo al mercato e di salutare il primo uomo che incontrava, stringendo amicizia con lui. Così fece Larenzia. L’uomo incontrato al mercato era un cittadino anziano, che aveva messo da parte una discreta sostanza, senza figli come pure senza moglie, di nome Tarruzio. Egli si prese nel letto Larenzia e ne rimase tanto soddisfatto, da lasciarla alla sua morte erede di molti e grandi beni, che ella in gran parte donò poi per testamento al popolo, quando, famosa ormai e assai venerata per esser stata amata da un dio, disparve nel medesimo luogo dov’era sepolta la prima Larenzia.”

 

La seconda tradizione riportata da Plutarco lascia ipotizzare, attraverso il racconto mitico, la presenza a Roma della prostituzione sacra, connessa al culto di Ercole che sappiamo essere identificato con il fenicio Melqart nel santuario emporico sorto probabilmente già prima della fondazione di Roma stessa in prossimità del guado del Tevere, dove passavano le via commerciali che dalle saline alla foce del fiume proseguivano verso l’entroterra, e dove sorgeranno l’Ara Massima di Ercole e il Foro Boario. Nel racconto compaiono altri elementi importanti che consentono di decodificare la verità inserita nella leggenda, come il gioco dei dadi con la divinità che è riconducibile ad antiche pratiche divinatorie praticate in Oriente, oppure la cena preparata per il dio che trova riscontro nei rituali per l’Ercole italico venerato dai commercianti, e infine, l’unione sessuale tra dio e prostituta che è chiara prova della prostituzione sacra. Da altri autori antichi come Macrobio e Aulo Gellio sappiamo inoltre che Larenzia era indicata come nobilissimum scortum, cioè nobilissima prostituta che divenne ricchissima con il suo esercizio. É probabile che il titolo di nobilissima attribuito a Larenzia possa derivare dall’aspetto sacrale della sua funzione. Anche il matrimonio rispettabile alla fine del suo servizio sacro rientra nelle caratteristiche tipiche della prostituzione sacra già evidenziate in precedenza per altre aree geografiche, e sembra inoltre rimandare a quella prostituzione prenuziale diffusa in altri popoli antichi. Elementi chiave appaiono poi il contesto del santuario emporico con frequentazioni greche-orientali e l’influsso etrusco indicato dalla figura di Tarutius, componenti che contestualizzano ancora più chiaramente le influenze culturali che portarono anche in ambiente romano allo sviluppo della pratica della prostituzione sacra.

Gabriele Romano

 

_________________________________________________________________________________________

Consilia calida et audacia prima specie laeta, tractatu dura, eventu tristia esse.
(Le decisioni impetuose e audaci in un primo momento riempiono di entusiasmo, ma poi sono difficili a seguirsi e disastrose nei risultati.)
Tito Livio, XXXV, 32