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Giovedì, 18 Aprile 2019

 

A.D. XIV KAL. MAI.
ante diem quartum decimum Kalendas Maias

Ludi Ceriales

 

A.U.C. MMDCCLXXII
(anno 2772 Ab Urbe Condita)

I Luperci

 

Lupercalium enim mos a Romulo et Remo inchoatus est tunc, cum laetitia exultantes, quod his avus Numitor rex Albanorum eo loco, ubi educati erant, urbem condere permiserat sub monte Palatino, hortatu Faustoli educatoris suis, quem Evander Arcas consecraverat, facto sacrificio caesisque capris epularum hilaritate ac vino largiore provecti, divisa pastorali turba, cincti obvios pellibus immolatarum hostiarum iocantes petiverunt. Cuius hilaritatis memoria annuo circuitu feriarum repetitur.

(Val. Max., II, 2, 9)

[Infatti la festa sacra dei Lupercali ebbe inizio per opera di Romolo e Remo, quando, esultanti per il permesso avuto dal loro avo Numitore, re degli Albani, di edificare una città nel luogo in cui erano nati, sotto il colle Palatino, già reso sacro dall’arcade Evandro, fecero per esortazione del loro maestro Faustolo un sacrificio e, uccisi dei capri, si lasciarono andare, resi allegri dal banchetto e dal vino bevuto in abbondanza. Allora, divisisi in due gruppi, cinti delle pelli delle vittime immolate, andarono stuzzicando per gioco quanti incontravano. Il ricordo di questo giocoso rincorrersi intorno si ripete da allora ogni anno.]

Il sodalizio dei Luperci aveva il compito di celebrare il rito dei Lupercalia che si svolgeva il 15 febbraio di ogni anno nel Lupercale. Era questa la leggendaria grotta dove, secondo il racconto tradizionale delle origini di Roma, Romolo e Remo furono salvati dalle acque del Tevere e allattati da una lupa. Nel Lupercale aveva il suo luogo di culto Fauno Luperco, di cui i luperci erano i sacerdoti.
Tralasciando qui la discussa identificazione del Lupercale proposta in anni recenti, bisogna sottolineare come l’origine dei Lupercalia e dei Luperci era attribuita da alcuni autori antichi agli Arcadi di Evandro che si stabilirono nei pressi del Palatino, e che fondarono il Lupercale stesso, mentre da altri era ricondotta alla giovinezza di Romolo e Remo, come nel caso del passo citato di Valerio Massimo. In entrambi i casi l’origine della festa veniva posta in un periodo anteriore la fondazione di Roma, in un epoca, quindi, ancora non civilizzata.
La festa dei Lupercalia continuò ad essere festeggiata almeno fino al V secolo d.C., all’epoca di papa Gelasio I (492 – 496), quando venne infine soppressa. 
I Luperci venivano così chiamati secondo gli antichi perché durante i Lupercalia svolgevano il rito nel Lupercale. Ovidio e Plutarco fanno derivare il loro nome dalla lupa che avrebbe salvato Romolo e Remo nel Lupercale, mentre un’altra tradizione è riportata in Dionigi e, ancora, in Ovidio che riconducono i Luperci all’Arcadia, patria di Evandro, dove si trovava un santuario di Fauno Liceo. 
Gli studiosi moderni pensano invece che il loro nome, così come quello della festa e del luogo, possa derivare da  lupus – arcere (= scacciare il lupo) collegato con la particolare natura di Fauno Luperco, che sarebbe quindi l’allontanatore di lupi; oppure, ancora, deriverebbe da lupus – hircus  (= lupo – capro), cogliendo la doppia natura, di lupi e capri, impersonata dai Luperci. 
Il sodalizio dei sacerdoti di Fauno si divideva in due schiere. Le notizie giunte fino a noi in questo caso sono per lo più concordi a ricondurre la loro origine alla leggenda di Romolo e Remo. I Luperci Fabiani infatti presero il nome dai Fabi compagni di Remo, ed i Luperci Quinctiales ricordano invece i compagni di Romolo. Ma alle due leggendarie si aggiunse una terza schiera durante l’età di Cesare, i Luperci Iulii, creati in onore del dittatore. Nessuna notizia ci è giunta riguardo il numero dei membri che componevano le tre schiere. 
I Luperci erano scelti tra le famiglie aristocratiche ed in particolare sappiamo che essi dovevano essere giovani. Riguardo la durata del sacerdozio non siamo informati, ma se ogni anno i due giovani coinvolti nel rito erano creati nuovi Luperci, come alcuni studiosi ritengono, è probabile che i membri più anziani lasciassero loro il posto. È anche possibile che i più vecchi conservassero la loro carica, ma che solo i più giovani prendessero parte alla corsa che, come sappiamo, seguiva il rito vero e proprio. 
Dunque alle idi di febbraio, come ci informano i calendari romani giunti fino a noi, i Luperci celebravano il rituale che troviamo descritto dettagliatamente in Plutarco (Rom., 21, 4-10). Essi sacrificavano nel Lupercale alcune capre ed un cane alla presenza del flamen Dialis. Fatti poi avanzare due giovani, i Luperci toccavano loro la fronte con un coltello insanguinato e subito la pulivano con un batuffolo di lana imbevuto di latte. A questo punto i due giovani dovevano ridere. Finito il sacrificio e tagliate in strisce le pelli delle capre sacrificate, i Luperci iniziavano la loro corsa attorno al Palatino brandendo una o più strisce di pelle caprina chiamate februae, che usavano per battere chiunque incontrassero sulla loro strada.

 Lastra campana dalla Casa di Livia (epoca augustea). Roma, Museo Nazionale Romano.

 

Diversi sono i significati e le valenze ricondotte ai Lupercalia con il trascorrere del tempo. Dalle fonti sappiamo che il rito che vedeva protagonisti i due giovani rimandava al pericolo mortale corso da Romolo e Remo, salvati dal latte della lupa. La corsa dei Luperci intorno al Palatino era interpretata come lustratio, cioè rito di purificazione sia del popolo, sia dell’antico abitato del Palatino. Alle frustate rituali dei Luperci era inoltre attribuita una funzione fecondativa. Le donne infatti si offrivano liete ai lievi colpi dei sacerdoti di Fauno Luperco.
La divinità venerata nel Lupercale, Fauno Luperco, risulta quindi essere tipicamente pastorale, legata alla sopravvivenza della comunità dovuta all’integrità delle greggi, che dovevano essere difese dal pericolo dei lupi. Come già detto in precedenza riguardo l’etimologia del nome dei Luperci, Fauno dovrebbe essere l’allontanatore di lupi (lupus – arcere), ma lupo egli stesso. Il dio infatti incarna lo spirito della natura selvaggia e non a caso il suo santuario, cioè il Lupercale, si trovava esterno al centro abitato del Palatino, sulla riva del Velabro. La natura paludosa di questo luogo è inoltre un indizio riguardo una componente infera del carattere di Fauno Luperco, che nella grotta trova la sua sede ideale (grotta come luogo di accesso al mondo sotterraneo).
Il sacrificio del cane viene accostato da Plutarco ad uno analogo che si svolgeva in Grecia chiamato Periskulakismoìs e che aveva scopo espiatorio e purificatorio. Sappiamo anche che il cane aveva una valenza infera, il che si accorderebbe con alcuni aspetti del culto di Fauno Luperco. 
Il sacrificio delle capre, come abbiamo detto, riporta ad una età lontana, ad un popolo di pastori, ed è molto probabile che il rito che vede protagonisti i due giovani sia da considerare come un rito di iniziazione, forse superstite di un’antica iniziazione tribale o puberale, ed in esso vi si è anche voluto vedere il ricordo di antichi sacrifici umani. Esso potrebbe significare quindi il passaggio all’età adulta che avviene attraverso un rito purificatorio. Secondo altri studiosi i Lupercalia, situati all’interno del mese di febbraio, ben si adattano al carattere purificatorio tipico di questo mese. I Luperci stessi, in questa ottica, devono essere purificati, e con la loro purificazione, in modo simbolico, avviene anche quella di tutto il popolo romano.

Mosaico pavimentale da Thysdrus (el-Djem). Databile al III secolo d.C. Museo di Sousse.

Un ulteriore possibile aspetto della festa è stato messo in evidenza da alcuni studiosi analizzando quanto successo nei Lupercalia del 15 febbraio del 44 a.C., quando il luperco Antonio offrì la corona di re a Cesare, che si trovava sui rostra nel Foro Romano per assistere alla corsa dei Luperci. Nelle parole di Plutarco (Antonio, 12, 1 – 6) che ricorda questo avvenimento si può avvertire tutta la tensione che il gesto di Antonio fece emergere nell’occasione: “A costoro [Bruto e Cassio] chi fornì il pretesto più onorevole [per uccidere Cesare], senza volerlo, fu Antonio. I Romani celebravano la festa dei Licei, che chiamano Lupercali, e Cesare, seduto sulla tribuna del Foro adorno della veste trionfale, guardava quelli che correvano. Molti giovani della nobiltà e magistrati corrono unti d’olio, battendo per scherzo con scudisci coperti di pelo i passanti. Fra essi correva Antonio, che mettendo da parte le tradizioni degli avi, avvolse un serto d’alloro intorno a un diadema, corse alla tribuna e, facendosi sollevare dai compagni, lo pose sul capo di Cesare, come se gli spettasse essere re. Cesare fece lo sdegnoso e si scansò; il popolo, lieto, applaudì forte. Di nuovo Antonio protese il diadema, e di nuovo Cesare lo respinse. Molto tempo durò la schermaglia, mentre pochi degli amici applaudivano Antonio che insisteva e tutto il popolo applaudiva con boati Cesare che rifiutava. Era davvero sorprendente che coloro i quali nella pratica tolleravano le condizioni dei sudditi di un re, rifuggivano dal nome di re quasi fosse la distruzione della libertà. Alla fine Cesare si alzò contrariato dalla tribuna e scostando la toga dal collo gridò che offriva la gola a chiunque lo volesse.” Dunque Antonio in veste di luperco, probabilmente appartenente alla schiera dei Luperci Iulii, offre la corona a Cesare, e in questo gesto alcuni vogliono vedere una probabile connessione tra il rito e la proclamazione o legittimizzazione del re e del suo potere, un gesto, quello di Antonio, che potrebbe testimoniare la persistenza di un’antica memoria, non giunta fino a noi esplicitamente nelle testimonianze scritte degli autori antichi, che forse concedeva al sodalizio dei Luperci un mandato di legittimità regale.
Resta infine da considerare il caratteristico abbigliamento dei Luperci. Essi infatti dapprima dovettero essere totalmente nudi, recando in mano solamente le strisce di pelle di capre, in seguito restò caratteristica la loro nudità, ma i fianchi furono cinti con pelle di capra.

Ara funeraria di Tiberius Claudius Liberalis (II secolo d.C.). Musei Vaticani, Galleria Lapidaria.

La nudità quasi completa che caratterizza i Luperci, la loro corsa e il rito stesso tenuto nel Lupercale, dove il sangue è usato per segnare i due giovani, sono ulteriori elementi che portano i Lupercalia fuori dalla vita civile e adulta, riconducendoli piuttosto alla sfera del selvaggio e del giovanile, proprio come sono giovani i due protagonisti del rito. È quindi probabile che la presenza del flamine di Giove al rito svolto all’interno della grotta del Lupercale sia da ricondurre proprio a questo aspetto selvaggio caratteristico dei Lupercalia: l’intervento del sacerdote di Giove (eccezionale in quanto uno dei divieti a cui era sottoposto era quello di non poter stare alla presenza di capre), servirebbe a controllare e placare i giovani e non civili Luperci, che operano sotto la guida dello sfrenato e silvestre Fauno Luperco.

 

Gabriele Romano




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Inops, potentem dum vult imitari, perit. 
(Il povero finisce male se vuole imitare il potente.)
Caio Giulio Fedro, Fabulae, I, 24